L’ARCO DI ULISSE

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SAGRA MUSICALE MALATESTIANA 2015
Chiesa del Suffragio, Savignano sul Rubicone
1 settembre 2015, ore 21

Musiche da Il Ritorno di Ulisse in Patria di Claudio Monteverdi (Venezia 1640) e parole da La peripezia di Ulisse ovvero la casta Penelope di Federico Malipiero (Venezia 1640)
Drammaturgia e testi originali di Emanuela Marcante

Daniele Tonini, canto e voce recitante
Emanuela Marcante, clavicembalo e voce recitante

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L’arco di Ulisse 
Il labirinto della peripezia e l’illusione del ritorno

Tra Il ritorno di Ulisse in patria di Claudio Monteverdi e La peripezia di Ulisse di Federico Malipiero

L’arco di Ulisse, l’arco che la personificazione dell’Ingegno dell’Iconologia di Cesare Ripa (nell’edizione del 1603) tende, il suo primo attributo. L’arco che la casta, paziente, sapiente Penelope conserva, tra ricordi, illusioni, speranze. L’arco della peripezia e del labirinto della mente che affonda nell’imprevisto, nell’insensato, nell’impensabile. L’arco dell’astuzia e della dissimulazione della simbiosi Ulisse/Minerva, la dea che allestisce e traveste, che dissimula e guida la regia della grande rappresentazione finale, in un cadere progressivo di veli, e in un ricrearne altri, sipari che si alzano e nuove illusioni che prendono forma nella grande scena della strage e della purificazione, nel teatro della reggia di Itaca.

Il ritorno di Ulisse in patria di Claudio Monteverdi su libretto dell’amico poeta e politico veneziano Giacomo Badoaro data 1640. Per molto tempo se ne erano perdute le tracce, ritrovate poi a Vienna attraverso una copia probabilmente inviata da Monteverdi all’imperatrice Eleonora Gonzaga, dedicataria della Selva Morale e Spirituale. A confermarne la prima messa in scena veneziana nel 1640 sono giunte le testimonianze dell’immediatamente successiva esecuzione di Bologna, con la cura di Francesco Mannelli e Benedetto Ferrari.

Federico Malipiero era un magistrato insoddisfatto di poco più di trent’anni quando entra nell’ordine dei Canonici Regolari Lateranensi di San Salvador a Venezia. Era nato nel 1603, il suo nome era importante per altri rami della famiglia, la sua linea lo sarebbe tornata ad essere dopo la sua morte. Diviene prete senza vocazione per studiare e scrivere storie della Bibbia, di patriarchi e di santi tra religione, politica, edificazione, ma con un’ansia nello spirito che lo trascina verso avventure e meraviglie. Nel 1640 è alla rappresentazione veneziana de Il ritorno di Ulisse in Patria: «M’apportò ’l caso ne’ Veneti Teatri a vedere l’Ulisse in Patria… rappresentato con quello splendore, ch’è per renderlo memorabile in ogni secolo. M’allettò così l’epico della Poesia, com’il delicato della Musica, ch’io non seppi rattenerne la penna». E così Malipiero in poco scrive e pubblica La peripezia di Ulisse (1640), un romanzo in due parti che fiorisce in racconti, discorsi, descrizioni, sentenze a partire dalla narrazione dell’opera di Monteverdi e Badoaro, dai libri XIII.-XXIII dell’Odissea. E negli anni tra il 1640 e il 1642, con lingua più asciutta ed affilata di quella pur sorvegliatamente barocca della Peripezia, offre al suo pubblico il racconto in prosa dell’Odissea e dell’Iliade. Nel novembre 1642 «si annegò volontariamente al Lido» (Barbaro-Tasca, Arbori de’patritii veneti).

Venezia/Bologna: due città diversamente ascritte alla temperie culturale, artistica, politica e spirituale del pieno Seicento della Controriforma, unite da un’opera in cui l’avventurosa storia di Ulisse è una filigrana di possibili riferimenti moralizzanti e politici e un possibile paradigma di tecniche di comunicazione e persuasione, come per molti altri esempi di testi legati ancora al mito o all’epico per il teatro o per la musica. Ma il testo de Il ritorno è veneziano, e di un poeta legato come Monteverdi (e come Malipiero) all’Accademia degli Incogniti, luogo di incontro intellettuale e di libero pensiero: le situazioni che, prese dall’Odissea, si prestano a essere riferimento allo stato delle cose – e delle cose della religione e della politica attuali in primis – diventano libro aperto. Non con la vis polemica de L’incoronazione di Poppea di Francesco Busenello (altro accademico Incognito), ma con il tormento sia pubblico/politico che privato/esistenziale dello spirito religioso dell’epoca.

E così quando l’Ulisse di Monteverdi/Badoaro arriva a Bologna – nella città universitaria della formazione politica e amministrativa per eccellenza dello Stato della Chiesa – si imbatte addirittura nel suo persecutore “in bronzo ed ossa”, in Nettuno, la grande statua del Giambologna, collocata nel nei pressi del luogo deputato alle messe in scena teatrali. E il Nettuno con il tridente posto alle spalle, senza minaccia apparente, con la mano che pacifica e quasi invita (il lavoro della storia dell’arte da Richard Tuttle a Irving Lavin è ricco di spunti a tal riguardo) è lo spirito stesso della Chiesa della Controriforma, della Chiesa Tridentina, che muove verso il suo popolo e accoglie, ma che pronto tiene lo strumento/tridente che scatena gli elementi, che punisce. E punisce Ulisse l’empio, e punisce i Feaci che lo riportano ad Itaca e cantano «in questo basso mondo l’uomo può ciò che vuol». L’arco dell’ingegno, l’arco dell’astuzia, l’arco della mente che si tende per vincere gli dei alla grande partita a scacchi del vivere e del morire, per dominare i labirinti del caso, in cui il cieco volere degli dei/destino ci abbrutisce, deve cedere al tridente che ci persuade all’obbedienza e al limite. Ma se «è ben accorto Ulisse, … più saggia è Minerva», l’architetto, la stratega, l’onesta dissimulatrice che gioca dalla parte dell’arco/ingegno.

E infine l’arco della strage dei Pretendenti si tende e ferisce. Attraverso la vendetta, la verità e la giustizia riguadagnano il terreno. L’arco/ingegno riprende il potere e torna ad essere regalità indiscussa. L’arco ha vinto. Il senso è ripristinato. Ma quando l’arco si allenta le illusioni/passioni riprendono il loro spazio e potere, come fantasmi. L’amore per Penelope, l’eroina barocca della castità e della femminilità che domina se stessa, che è ricordo e gratitudine e dolce ritorno all’abitudine, non tratterrà Ulisse dal riprendere il suo viaggio, il suo “folle volo”. Finché la vita soffierà l’arco dovrà tendersi. A Telemaco tocca reggere con saggezza lo stato, a Ulisse la volontà «To strive, to seek, to find, and not to yield» (Ulysses, Tennyson). Di lottare, di cercare, di trovare, e di non cedere. A Ulisse toccherà, alla fine, una dolce morte che gli verrà dal mare, vecchio, sereno e circondato da popoli beati. E così il ritorno è solo un momento del ricongiungimento di Ulisse con la sua anima. Così per i moralizzatori cristiani, con Ulisse/Cristo legato alla croce dell’albero della nave che vince le tentazioni delle Sirene, così per i lettori dei simboli ermetici, con il pellegrino dell’anima che compie l’arco delle sue peripezie, dopo Dante, nel fuoco della renaissance di Ulisse del Cinquecento, con la sua esplosione iconografica tra avventura, trascendenza e sensualità, dalla Galerie d’Ulysse di Primaticcio e dei suoi aiutanti a Fontainebleau, agli affreschi di Palazzo Poggi di Pellegrino Tibaldi a Bologna.

Il ritorno di Ulisse in patria di Monteverdi, con il declamare vivo e pulsante del desiderio di felicità che è già malinconia del dopo, si chiude con il ricongiungimento di Ulisse e Penelope, con il loro amplesso che è già un nuovo addio. Abbiamo immaginato nel nostro spettacolo che una esemplare Historia del Canonico Malipiero – che scorre anch’essa come peripezia intrecciata a quella d’Ulisse – portasse Federico, anche lui un pellegrino dell’anima, da Venezia a Bologna, per seguire il carro degli attori e la loro messa in scena de Il ritorno di Ulisse in Patria. Per inseguire l’arco/ingegno di Ulisse e le strategie teatrali di Minerva. Per tenderlo, questo arco, come Ulisse, verso “l’isola multipla” della conoscenza, dell’arte che giustifica la peripezia della mente che crea. Per seguire Minerva, per guardare negli occhi Nettuno. Abbiamo immaginato… «Entrò in così furiosa melanconia che, venutagli in uggia la vita, andò al Lido a gettarsi in mare».

«Ti raccordo, Lettore, che quante parole il Fato, Dei, Destino & altre voci consimili trovarai nell’opera, tanti sono vanissimi pensieri de’ Gentili, usati da me per ornamento e non per fede: perché bastarà che io ti dica, che sono per grazia di Dio Christiano» (Federico Malipero, Al lettore da La Peripezia d’Ulisse).

Emanuela Marcante – Daniele Tonini

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